Riformatori a sinistra
Così la Camusso delude ex dirigenti di Cgil e Ds
E se la Cgil stesse sbagliando a innalzare una cortina di ferro per frenare l’impeto riformatore del governo Monti? In queste ore la domanda non se la fanno soltanto i cantori del liberismo o gli alfieri del riformismo, a destra come a sinistra, ma anche una pattuglia di storici esponenti della sinistra e del sindacato di Corso Italia. A far discutere, in particolare, è l’intensificazione della lotta annunciata dal segretario generale Susanna Camusso contro la riforma del mercato del lavoro.
12 AGO 20

E se la Cgil stesse sbagliando a innalzare una cortina di ferro per frenare l’impeto riformatore del governo Monti? In queste ore la domanda non se la fanno soltanto i cantori del liberismo o gli alfieri del riformismo, a destra come a sinistra, ma anche una pattuglia di storici esponenti della sinistra e del sindacato di Corso Italia. A far discutere, in particolare, è l’intensificazione della lotta annunciata dal segretario generale Susanna Camusso contro la riforma del mercato del lavoro: “Si apre oggi una grande battaglia e una grande sfida nel paese e nella comunicazione, nei territori e nei luoghi di lavoro – si legge nel documento conclusivo approvato due sere fa dal direttivo della Cgil e pubblicato ieri – L’obiettivo di questa battaglia deve essere quello di radicali proposte di modifica ai provvedimenti del governo da presentare all’insieme del Parlamento”. Perciò sono state proclamate 16 ore di sciopero, di cui 8 di sciopero generale, in data da definire.
“Sono stato dirigente nella Cgil di Luciano Lama, Bruno Trentin, Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati e altri – dice al Foglio Ottaviano Del Turco – e non ho mai visto programmare o attuare uno sciopero simile. Sono cose greche”. L’ex segretario aggiunto della Cgil all’epoca di Lama pensa che il governo Monti non debba fare passi indietro per accontentare tutti, perfino sulla modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che oggi impedisce i licenziamenti individuali per ragioni economiche: “In latino ‘decidere’ è anche ‘dividere’. Il problema è che a lungo in Italia l’indecisionismo è stato eretto a forma di governo, se si esclude per esempio la parentesi craxiana. Tanto più sono forti le critiche alla riforma Fornero, tanto meno vuol dire che l’hanno letta, visto che essa consiste in una serie di ragionevoli scambi tra le parti sociali”. Del Turco, che è stato anche ministro delle Finanze e tra i fondatori del Pd, mette il sindacato in guardia dal rischio irrilevanza (“cosa ne è stato in Grecia dei quattro scioperi generali dall’inizio della crisi?”), e poi fa un appunto ai toni retorici utilizzati in questi giorni: “Secondo la lezione di Lama e Trentin, le parole servono per persuadere la gente, non per intimorirla”.
“Sono stato dirigente nella Cgil di Luciano Lama, Bruno Trentin, Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati e altri – dice al Foglio Ottaviano Del Turco – e non ho mai visto programmare o attuare uno sciopero simile. Sono cose greche”. L’ex segretario aggiunto della Cgil all’epoca di Lama pensa che il governo Monti non debba fare passi indietro per accontentare tutti, perfino sulla modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che oggi impedisce i licenziamenti individuali per ragioni economiche: “In latino ‘decidere’ è anche ‘dividere’. Il problema è che a lungo in Italia l’indecisionismo è stato eretto a forma di governo, se si esclude per esempio la parentesi craxiana. Tanto più sono forti le critiche alla riforma Fornero, tanto meno vuol dire che l’hanno letta, visto che essa consiste in una serie di ragionevoli scambi tra le parti sociali”. Del Turco, che è stato anche ministro delle Finanze e tra i fondatori del Pd, mette il sindacato in guardia dal rischio irrilevanza (“cosa ne è stato in Grecia dei quattro scioperi generali dall’inizio della crisi?”), e poi fa un appunto ai toni retorici utilizzati in questi giorni: “Secondo la lezione di Lama e Trentin, le parole servono per persuadere la gente, non per intimorirla”.
Anche Peppino Caldarola, già deputato dei Democratici di sinistra e direttore dell’Unità, è scettico sulla Camusso-strategy: “Lo sciopero è una reazione comprensibile visto che la Cgil è contraria a questa modifica dell’articolo 18 e auspicava qualcosa di più vicino al modello tedesco – dice al Foglio – il problema vero è: cosa succede il giorno dopo?”. Caldarola al Foglio dice di “temere la replica del 2002”, quando Cofferati organizzò un’enorme mobilitazione per bloccare il Patto per l’Italia che prevedeva una sospensione sperimentale dell’articolo 18, salvo proporre nulla “in positivo”. Al momento, “la sensazione drammatica che si ricava è che ancora una volta il sindacato di Corso Italia si faccia prendere in contropiede facendosi spingere in una battaglia di puro carattere difensivo”. D’altronde la norma sui licenziamenti è un simbolo: “Il sindacato rischia di dover cedere sull’articolo 18 senza avere nulla in cambio. Una manomissione che corregga le rigidità eccessive e affidi al giudice la scelta tra indennizzo e reintegro potrebbe essere un punto di compromesso”. L’ex deputato dalemiano suggerisce di recuperare “la spinta propulsiva della Cgil di Giuseppe Di Vittorio (segretario generale fino al 1957, ndr), che seppe ricostruirsi nel Dopoguerra attorno a una cultura dello sviluppo del paese, a un’idea per creare occupazione anche attraverso interventi pubblici”.
Anche un altro ex cigiellino come Michele Magno, sulla prima pagina del Riformista di ieri, criticava la Cgil per non aver saputo “giocare d’anticipo” sulla modifica dell’articolo 18. Poi un consiglio a Pier Luigi Bersani e Camusso: inutile “agitare lo spettro dei ‘licenziamenti facili’”, visto che “contratti flessibili più onerosi, abolizione della pratica vergognosa delle dimissioni in bianco, più serie politiche attive per l’occupabilità, strumenti di sostegno al reddito (in prospettiva) universali, non sono infatti progressi disprezzabili in un mercato che fin qui ha coltivato un gigantesco spreco di capitale umano (un giovane su tre privo di impiego)”.
Anche un altro ex cigiellino come Michele Magno, sulla prima pagina del Riformista di ieri, criticava la Cgil per non aver saputo “giocare d’anticipo” sulla modifica dell’articolo 18. Poi un consiglio a Pier Luigi Bersani e Camusso: inutile “agitare lo spettro dei ‘licenziamenti facili’”, visto che “contratti flessibili più onerosi, abolizione della pratica vergognosa delle dimissioni in bianco, più serie politiche attive per l’occupabilità, strumenti di sostegno al reddito (in prospettiva) universali, non sono infatti progressi disprezzabili in un mercato che fin qui ha coltivato un gigantesco spreco di capitale umano (un giovane su tre privo di impiego)”.